Rileggo
La faggéte ed ecco l’immagine del poeta che dice di sé come del pellegrino che va raccogliendo le voci del silenzio:
pilligrine de buscàje accùjele ’sta voce de cujéte. Ecco, l’uomo che si sa viandante e che si raccoglie nel difficile ossimoro delle voci che di solito la distrazione dei giorni non sa avvertire, le segrete voci che appunto risuonano nel silenzio. Qual è poi il passo del pellegrino che a queste voci si dispone? E’ certamente un passo discreto, non facile, ma il poeta lo descrive con la semplicità spontanea del gesto mattutino:
sò aperte la fenestre ’stammatine. A ciascuno di noi è consueta quest’apertura nel risveglio del giorno, ma il poeta ci riporta al segreto della sua possibile sapienza: la capacità di dischiudere i sensi al profumo nuovo e all’aria fine della primavera
(m’ha svijate nu prufume nóve, feréve nu freschette ’n ’ària fine), la capacità d’avvertire, ad esempio, la gioia di una piccola foglia appena spuntata
(le frunnetelle virde avè spuntate … fronne ridarelle spalancate). Ed ecco che questa sapienza dei sensi può allora tradursi anche nella gioia e nell’impeto allegro dell’antico saltarello abruzzese, che però Fraticelli non rivive come un semplice sfogo di giovanili energie: alla fine quel festante volteggio, quell’andare e venire, simile al va e vieni del setaccio, di nuovo è il vissuto d’una festa interiore, gioco dell’amore che gira e rigira per stringersi all’amata:
lu setacee và e vè / jé ti stregne ’m bracc-i-a mmè. Così pure, sempre nel ritmo della danza, ritorna quel festoso sentire del sole d’estate che sorge all’orizzonte:
lu sole gna se svéje ’stammatine / fa li tre zzumbe all’orle de lu mare. E quasi danza è ancora il gioco della luna che manca e poi si leva sino a quella pienezza che di nuovo è come un circolo d’amore:
la luna piene è luna di miele, / strignete amore, te porte nghe mmè!
Nel ripercorrere la freschezza di questi versi, avverti però che quella sapienza dei sensi che diversamente trascorre nell’andirivieni delle quattro stagioni, non è un giuoco spontaneo, un’ immediatezza d’istinto. O meglio, lo è ma solo come un frutto che ridonda dal cuore di una disciplina interiore, da una concentrazione di paziente ricerca. Lo confessa lo stesso poeta, “pellegrino di boscaglia” ovvero pellegrino che attraversa gli intrecci complessi della vita, i luoghi della gioia ma anche i sentieri della fatica e della sofferenza. Infine pellegrino che, dalla meraviglia del sole che sta “sull’orlo del mare”, trapassa incessantemente di domanda in domanda verso le sorgenti del senso:
so ddummannàte a ttutte le fundane.
Dunque una poesia che non è pura spontaneità di sentimenti, ma luogo di sensi che fioriscono dal cuore del raccoglimento. Non pura immediatezza o, se si vuole usare una felice espressione del filosofo Kierkegaard, “immediatezza che viene dopo la riflessione”.